sabato 5 febbraio 2011

PARANOIA POMERIDIANA

"Cosa bevi, parassita?", disse il comandante El Topo in castigliano stretto.
Il mozzo non rispose e sgattaiolò via in tutta fretta.
"E tu, lupo di mare?", mi fece a me in genovese antico.
"Una grappa", dissi io.
"Per fortuna non ce l'ho. Così risparmio sulla bolletta", disse e scatarrò di lato.
El Topo trincò a canna dalla sua grossa bottiglia di rhum. E si immaginò a Parigi in un negozio di cappelli femminili, per poter fare un dono degno alla sua figliola festeggiata. E così poi con gli occhi offuscati si recò alla finestra sul ponte.
"Attracco alla vista", avrebbe voluto dire ai suoi uomini, ma non c'era niente ancora da annunciare.
E così andò a sedersi con la sua faccia tenebrosa con un cenno di schifo fatto con le labbra carnose. E cominciò a cianciare per conto suo. Parlava in un dialetto marocchino. Il Cubano si avvicinò per tenergli compagnia, per fedeltà, ma non ci capiva niente di quel che diceva.
Il Cambusiere si avvicinò pure lui e si  studiava pure lui il suo grandioso comandante, soppesando anche lui che qualche grossa rogna stava per venire su alla ribalta.
Ancora nel pomeriggio i marinai se ne stavano lì in silenzio, fumando le loro pipe bizzarre, tra i piatti del pranzo che ancora nessuno aveva levato, visto che il mozzo era filato e non era più tornato.
Nella sua cabina Jenny, in mutande, si ungeva tutto il suo corpo di olio di palma, facendolo luccicare come una statua di ebano. Poi si coricò e sognò di sfinirsi di fatiche d'amore.
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by g.d. angelillo
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venerdì 4 febbraio 2011

LEZIONE DI DETTATO

zzzEravamo tutti con la nostra brava soffitta nel cervello e balle annesse. Tutti giovani all'avventura e all'assalto del bello orizzonte e pure oltre, dietro l'Urano e anche il Crono. Tutte le cazzate ci schizzavano in visibilio, da idioti veraci inutile nasconderlo. Qualcuno di voi certo penserà che sono un patito di Diogene il Cane, o peggio di Céline il Lupo. Ma non si tratta di questo o di altra lana caprina, il fatto era che quando incontri un comandante con la faccia di topo e un revolver alla cinta, devi crescere in fretta o ti spaccano i denti e tu te ne accorgi la settimana dopo. Un diavolo già ti mette sull'avviso, ma una ciurma intera di diavoli ti scarica una pentola di olio bollente sulla lavagna della prima media e ti cancella all'istante tutti i tuoi buoni propositi riguardo gli altri, il mondo e la stessa vita.
Così me ne stavo lì in prima fila tutto attento alla lezione di dettato, e il tema era di certo non il sublime o il romanticismo, ma il tremendo e il troppo che ti può stroppiare in men che non si dica. Amen.
E anche se si trattava dell'idea, lì sottocoperta c'erano almeno 50 cannoni di lunga gittata che erano di scorta all'idea.
Comunque era domenica e si mangiava abbastanza bene, rispetto agli altri giorni. Piselli e riso cucinati alla francese, cioè con lo zucchero, e fette di squalo arrostite alla cubana, cioè con aglio e peperoncino.Uno sbaffo, non c'è che dire.
Il comandante aveva un poncho messicano addosso e questo significava che era a di buon umore. Un cablogramma gli aveva mandato a dire che la sua figliola di 10 anni aveva fatto la prima comunione quel giorno e che c'era tutta la famiglia a festeggiarla, laggiù a Algesiras.
Il poncho messicano era la bandiera del festeggiamento universale. E sotto la pistola non si vedeva, ma io non mi scordavo che c'era. Minchia se c'era. Ma comunque anche il cargo navigava tutto contento quel giorno, con il comandante così in ghingheri.
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by g.d. angelillo

JENNY E L'ITALIANO

Ero sudato. Grondavo dalla fronte come un corridore trafelato più per il miraggio della meta che per l'effettivo arrivo. Mi pulsavano le tempie e ero costretto a socchiudere gli occhi. Il buio della mensa era insopportabile dopo i potenti bagliori del giorno in alto mare. Ma andai a sedermi al mio posto e me ne rimasi zitto. 
"Non farti coglionare, non farti coglionare", mi diceva una voce dall'interno.
Finalmente arrivò Bud, il servitore di mensa dei sottoproletari, cioè l'infimo dell'infimo. Dopo di lui solo i topi di bordo, nemmeno i gatti del secondo. Un niente con il grembiule bianco. Dopo di lui solo la spazzatura da buttare agli squali. Soldi mi sa che non gliene davano nemmeno. Gli bastava la vita sua come salario. Così stavano le cose.
"Joseph!", disse Jenny, una brasiliana rivoluzionaria di origine tedesca in rotta verso la rivoluzione mondiale dell'America Latina, una seguace tarda del Che.
"Dimmi, cara", le dissi io abbastanza paraculo. 
Era una potenza della natura lei in quanto a bellezza, come ogni brasiliana che si rispetti oltre l'1,80 di altezza.
"Che grande cosa avere qui tra noi un italiano di concetto come te!", disse lei.
Io mi stavo irrigidendo di sospetto come al mio solito, ma lei sorrideva molto gentilmente per mettermi a fare l'orso di foresta in pieno oceano Atlantico.
"Dici?", dissi allora io, alquanto sornione.
"Gli italiani sono i più simpatici al mondo, anche prima dei brasiliani".
"Credi? Io fossi in te non sarei tanto sicuro di conoscere bene gli italiani", dissi io, abbastanza cinico. E ne stavo sparando una delle mie, ma mi trattenni in tempo.
Minchia, era troppo figa questa manza, pensai, e anche alquanto pericolosa.
"Vieni vicino a me voglio chiederti qualcosa", mi disse, con complicità.
"Che non sia la mia anima però", dissi e lei scoppiò a ridere.
"AH!AH!AH!"
Mi sputazzò in faccia per il gran ridere, ma mi fecero piacere quelle stille di miele di dea in terra, o meglio: su nave.
Mi sistemai meglio sulla mia seggiola di paglia e mi sentii dopo tanto tempo più a mio agio. Mi accarezzai il viso e eressi in dietro il mio busto, come un provetto gallaccio.
"Come va la traversata, Jenny?", le feci.
"La fatica la fa tutta il cargo", disse lei sorridendo. "Io mi limito a starci sopra".
"Beh, se è per quello l'importante è che non ci sbattino fuori allora", dissi io.
Lei scoppiò di nuovo a ridere.
"AH!AH!AH!"
Era troppo facile farla ridere, pensai, dovevo starci accorto più del dovuto. E chissà perchè pensai a Humfrei Bogart quando qualsiasi cazzata diceva faceva ridere Marilyn Monroe. Me la ricordavo troppo bene quella foto.
"Siamo tutti nelle mani del comandante se è per questo", disse lei e divenne tutt'a un tratto seria e pensierosa.
Io me ne rimasi sulle mie.
Il comandante poteva venire a chiamarla da un momento all'altro. 
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by g.d. angelillo
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FINE CORSA MAI



Mi misi a correre sul ponte tanto per tenermi un pò in allenamento e vedere se tanto il mio spirito s'era allentato oppure no, con quell'inspirazione che mi avrebbe potuto portare sull'onda dello stesso fiato del mare. Comunque sia sono un sognatore sfegatato, quindi quasi ridotto allo sballo, per tacere dell'altro. Non son capace di rivolgermi allo sbattimento se non faccio pratica allo stesso tempo dell'incubo a motore che ti becchi di sottofondo. Esami ne ho dati a iosa e a uffa, quindi mi son stufato abbastanzamente di trovarmi davanti i cosiddetti maestri, ma il l'atroce dubbio mi sorge sovrano: ma se scappo da qualcosa non è che questo fottuto qualcosa non m'è rimasto incastrato in gozzo? Ai posti l'ardua ripresa. 
Comunque correvo, cioè scappavo. Ma dove se il perimetro me lo ordinava la struttura e la composizione stessa della nave dove ero imbarcato?  Beh, forse neanche il diavolo ne sapeva qualcosa riguardo questo orribile tormento. Comunque correvo perchè intanto così mi diceva il buzzo mio. Giravo in tondo, e la testa mi girava alquanto. Era una mattina di follia come un'altra. Surreale da squagliarci. Senza spaccacrape nè pisicologhi di resto. Correvo e non ero io, o così mi pareva. Feci 10 giri di paratie gru comprese. Minchia, sentii la campana del pranzo e continuai a correre, ma questa volta verso la mensa.
Mi ricordai che una volta fui arruolato con gran entusiasmo da parte mia su una certa nave d'alto rango di nome "Milano". 
Minchia, ragazzi, se non è matto pure il diavolo!
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by g.d. angelillo
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giovedì 3 febbraio 2011

CIOCCOLATA SESSUALITA'

Se devo essere sincero non posso lamentarmi eccessivamente della mia vita. Ci ho però una cocuzza che una cosa ne pensa e un miliardo ne collega, naturale che ogni tanto mi venga voglia di correre, devo acciaffare il bandolo della matassa anche se non so nemmeno io se esista o meno. Ma tant'è, ero in ballo e mi conveniva comprare almeno il costume in maschera, tutti lo fanno, non c'è niente di male a stantuffarsi di occasioni e allegate difese.
Era sempre di febbraio e io dovevo fare l'esame di merito logicomatematico al dipartimento di esistenzialismo strutturale, e invece me ne stavo fuori a giocare a pallone. Vennero a chiamarmi e mi ricordai dell'impegno, ma mi veniva forte da pisciare e andai a gabinetto. Vennero a chiamarmi anche di là.
"Ehi, Joseph, minchia, ma ti fai desiderare forte dai prof. Ora mi sa che se sospettano che sei a cesso ti dicono di restarci: A CAGARE!"
Così mi apostrofò Rigoberto Minciù, mio amico di università.
Mi tirai su la cerniera dei pantaloni e andai a fare l'esame.
Mi chiesero la storia dell'astuzia della ragione di Hegel, e cosa disse Gesù riguardo la speranza. Parlai per un quarto d'ora di seguito e poi mi spedirono via. Usavo paroloni grossi e sempre mi fermavano per chiedere cosa significavano, avevano paura che non sapessi cosa significavano le parole che usavo. Io avrei bocciato loro come professori di logica matematica, ma sorvolai, accettai il loro 27 di merda e telai via. Tornai immediatamente a giocare a pallone sulla piazza davanti l'istituto. I tiri a volo mi venivano decisamente meglio dei ragionamenti logorroici degli scettici antichi.
Il professor Sambuca mi beccò lì che era buio pesto.
"Ma cosa fa qui lei? Festeggia in codesto insano modo il superamento dell'esame?", mi disse contrariato.
"Mia madre non ha ancora buttato gli spaghetti", gli dissi.
Lui naturalmente non capì la battuta e l'accosta presa per il culo, e sbuffando caracollò via.
Mia madre era a 1000 chilometri lontano e sarebbe stata dura per me andare a mangiare gli spaghetti da lei.
Mi venivano in mente queste strane cose guardando l'orizzonte da una finestra di cristallo sul ponte comando del cargo. Ero solo da 5 giorni senza ragazza e già m'ingozzavo di cioccolato americano come un moccioso qualsiasi.
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by g.d. angelillo.
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mercoledì 2 febbraio 2011

NON MI SENTO BENE ANZI ME NE STO ANDANDO DI FACCIA A TERRA

Comunque sia si andava dall'estate all'inverno, in mezzo all'oceano, con le tempeste tutte contro e i calzini tutti bucati e umidi. Freddi stecchiti come baccalà norvegesi. Io me ne stavo sempre sul quadrato come per controllare che la rotta fosse giusta, io che non ci capivo nulla nè se era lunedì nè se era pasqua. Avevo addosso sempre la mia solita faccia malinconica, tipo scassamento di marroni in allarme giallo, e le mani sempre rosse perchè di mattina presto aiutavo i mozzi a lavare i pavimenti della sala mensa, così tanto per spingere il cargo un pò più in fretta sulle acque.
Al largo della Florida m'avevano fottuto gli scacchi con tutti i pedoni, il re e minchia pure la regina. Scacco matto in una sola mossa, puttanieri di merda. Ma che che cazzo ve ne fate degli scacchi se per tutta la traversata non ci potrete giocare, visto che vi spaccherei la faccia se vi scoprissi? Mistero della malafede umana!
Un'accozzaglia di mascalzoni patentati in tutti i porti del globo terracqueo, la ciurma. Il capitano era un boss della mafia spagnola in fuga dai carabineros. Assomigliava a un topo di 2 quintali di muscoli, senza un filo di grasso. Un titano, una potenza della natura, se lo incontravi di notte ti buttavi in mare, anche se la costa distava 300 miglia marine. Girava con un revolver alla cinta tanto per mettere in chiaro senza alcuna ombra di dubbio su chi comandava. Uno sguardo che ti ghiacciava il culo e ti faceva serrare la mandibola in una smorfia di tentato pericolo di scagamento improvviso. Un bestione antidiluviano. C'era poco da far avanzare il cavallo e l'alfiere con quello, ero sicuro che gli scacchi li aveva fatti rubare lui. I marinai di lungo corso sono molto pazienti, loro sono anni e anni che solcano i mari, tu al massimo ti puoi fare 6 mesi, come una burba del cazzo qualsiasi. Che se li tenesse pure gli scacchi, tanto servivano di più a lui che a me, ne ero arcisicuro.
Io stavo solo viaggiando verso casa, loro invece viaggiavano verso l'eternità. Una nave è un'entità metafisica, non ha mai una vera meta, perchè dopo quella ce n'è subito un'altra. E se si è sempre in viaggio non si arriva mai.
Un malinconico in un branco di leoni misteriosi. Per questo non mi sentivo mai tanto bene.
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by g.d. angelillo
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SEI SOLO UN BAMBA CHE TI CREDI?

L'altra cazzata era quella per cui e per la quale avevo ormai perso tutte le partite tutti i campionati tutte le classifiche. Il mio maestro di filosofia ucciso dalla sorella, come Dostoevskij. Aveva perso la lampara e se ne andava in giro puzzando come un compare di Satana, aveva le paranoie e tutto il vocabolario dello scocuzzamento dietro. E io che me lo credevo a studiare Sartre come al solito. Ma che ne sapevo io che il cargo ci metteva 6 mesi a tornare a Genova perchè doveva fare il giro delle 7 basiliche in America Latina? Scrivevo cartoline ai miei fantasmi drittaroli della Calabria e della Lombardia, che si fottessero prima che mi vedessero arrivare almeno. Sì, col ciufolo. Ero io che mi fottevo in alto mare a elemosinare uova crude al cuoco pazzo di Normandia col mio mezzo francese mezzo pugliese per non farmi venire lo scorbuto. Che a grana stavo peggio di un topo malato. "La Regina dei 7 Mari", si chiamava il cargo, minchia che lusso!
Ora che mi ricordo l'inizio di questo romanzo scassato ce l'ho in altro quaderno e ora mi stufa ricopiarlo e così non sapete che mi avevano espulso a calci nel culo da New York, perchè m'era scaduto il permesso di soggiorno di turista e mi avevano preso per un albanese travestito da idiota italiano. M'avevano spedito al consolato per accertamenti, e cazzo anche ai miei compaesani gli erano venuti i dubbi, funzionari nominati dalla Lega, mi guardavano di sgembo e mi chiedevano: "Sai cos'è una cadrega?", puttana miseria. Io per conto mio volevo solo tornare al mio solito manicomio d'Italia, a me carissimo come la pupilla dei miei occhi. Avevo fallito, e allora? Capita anche ai genii, vedi Meucci vedi Garibaldi vedi Baggio. E non potevo fallire io che ero un bamba senza nemmeno il codino? Bocciato su tutta la linea anche se avevo il massimo dei voti. Ero intelligente, dicevano anche i miei maestri alla scuola elementare a mia madre che ascoltava tutta ansiosa e timorosa, ma non ci avevo voglia di fare un cazzo. Specialmente quando avevo capito che non c'era più trippa per il mio gatto. Le solite sviolinate per deficienti. Ma la verità era che io mi ero proprio stufato di dare gli esami. Dopotutto, ragazzi credetemi, anche i professori all'università non fanno altro che gli eterni studenti. A me semplicemente m'era venuta voglia di cominciare a fare comizi in proprio. Che il mio partito fosse il nulla poi era tutta un'altra storia.
Sbattuto fuori. Come al solito nella mia vita. Che si fottessero. Tanto ero già ripartito. "Scappato", mi aveva detto Amy l'Australiana, con la faccia schifata. Ma vai affanculo pure te, le mie cene offerte te le pappavi senza storie invece.Voglio solo tornare a casa. Sono un provinciale italiano io, mica il cosmopolita anglosassone scafato e impellicciato di stomaco. In America ci vuol poco a essere fallito, anche per il posto per comprare un biglietto dell'autobus ti può arrivare una gomitata in faccia, e poi vai te al pronto soccorso se non ci hai nemmeno l'assicurazione.
L'America è il centro del mondo universo. Mica Busto Arsizio o Mungivacca. Mica le nespole.
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by g.d. angelillo
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